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Giustizia o libertà?

Da più parti si pone, di questi tempi, il tema del rapporto tra crisi democratica e crisi sociale. In pratica, a farla breve, tra le drammatiche conseguenze di 20 anni di liberismo e della crisi economica sulle condizioni materiali di vita di milioni di persone – e la profonda crisi di legittimità della politica e dei partiti, nuovamente esemplificata dalla cosiddetta “antipolitica”. La questione è rilevante e urgente, eppure,  articolata così, è male impostata. Facciamo qualche esempio. Si può non vedere nella crisi del Pasok greco un effetto del non aver saputo o voluto tenere duro nella difesa degli interessi del popolo greco e, ad esempio, nella decisione di svolgere un referendum sull’accordo con l’Europa? Quando, in quella drammatica cena, la Merkel e Sarkozy ottennero da Papandreu l’annullamento del referendum annunciato pochi giorni prima, di che cosa si trattava, di questione democratica o di questione sociale? Se Papandreu fosse stato eletto con le primarie o se, invece che capo di un partito socialista, fosse stato il portavoce di una lista civica, sarebbe cambiato qualcosa? Altro esempio. La Germania, in queste settimane, in parte per motivi tattici, in parte anche per suggestioni strategiche, sta lanciando proposte sulla transizione federale dell’Europa. A fare queste proposte è proprio quella stessa Germania che si rifiuta di adottare una logica federale nella politica economica dell’Unione. Si può immaginare una politica realmente federale dell’Unione europea – che non sia anche una politica economica federale? Anche qui, non si possono separare questione democratica e questione sociale. Infine, veniamo dalle nostre parti. La crescita di consensi per Grillo siamo davvero certi sia legata ai temi ultra-democratici della sua piattaforma? Se fosse davvero così, come mai i grillini tollererebbero senza problemi la struttura monarchica e autoritaria del loro movimento, la proprietà privata del simbolo, il diritto di Grillo a intervenire dall’alto anche nella scelta dei collaboratori del sindaco di Parma, oltre alla pratica di promulgare praticamente ogni giorno editti su chi è ammesso e chi è espulso dal movimento, senza nessuna verifica o passaggio democratico di nessun tipo? Credo sia legittimo avere il dubbio che ciò che attira in Grillo, più delle sue proposte di democrazia diretta (che la sua pratica concreta contraddice quotidianamente), sia l’essere il comico genovese l’interprete della rabbia di una parte del ceto medio impoverito, che non riceve dalla politica proposte o soluzioni ai suoi problemi concreti, e che ha sempre più paura del futuro proprio e dei propri figli. Sono di oggi i dati di Bankitalia, che mostrano che il drammatico impoverimento del Paese, in termini di salari nominali e dunque ancor più in termini di potere d’acquisto, fino al 2006 aveva colpito essenzialmente gli operai e gli impiegati privati. I dipendenti pubblici e i pensionati erano riusciti a difendere i salari nominali, mentre i lavoratori autonomi (presumibilmente, al netto dell’evasione) avevano grandemente aumentato i propri redditi nominali (come i dirigenti). Dal 2006 la caduta dei salari nominali ha travolto anche i lavoratori autonomi, avvicinandoli, nella caduta verticale, a operai e impiegati privati. I lavoratori autonomi (che sono molte cose diverse, dalle partite Iva di fatto lavoratori dipendenti, fino ai professionisti ad alto reddito) sono una componente della composizione storica sociale italiana, un tempo in larga parte elettori del centro destra, oggi fortemente attratti da Grillo – che non a caso ha contrastato le liberalizzazioni di Monti.  Insomma, anche qui, a proposito di Grillo, si tratta di questione democratica, o di questione sociale? Credo si debba studiare bene le cose per come stanno, per capire quali siano le reali possibilità di via d’uscita dal tunnel della crisi – poiché altrimenti, Weimar docet, qualora si finisse (anche per i limitati margini di redistribuzione) per affrontare la questione democratica prima di quella sociale, il rischio sarebbe di limitarsi semplicemente ad aprire la porta ai fantasmi, e invitarli ad entrare.

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Il vento a sinistra

Da Atena a Parigi, il vento sembra indirizzato a sinistra, in questa Europa sconvolta dalla più grande crisi dal 1929 (secondo alcuni economisti, la crisi che stiamo vivendo è addirittura più grande, sebbene gli effetti siano diluiti e ammortizzati dalle tecniche di controllo oggi molto più avanzate che negli anni ’30, e il costo della crisi in corso si starebbe sempre più drammaticamente avvicinando a quello di una grande guerra). Va certo considerato scontato, nell’analisi dei risultati di questo 17 giugno 2012, l’effetto premio per l’opposizione. Vince chi non è al governo, il potere logora chi ce l’ha. Il motto di andreottiana memoria ha fatto il suo tempo, in una fase in cui le politiche pubbliche sono prive della dimensione redistributiva, e si presentano ai popoli come mere mandatarie dei dettami della finanza. Tuttavia, questo assunto è insufficiente a spiegare tutto. Non spiega ad esempio la frenata dei neonazisti greci, e neppure la staticità del voto per i comunisti greci. A vincere ad Atene, pur non conquistando la maggioranza, è una nuova sinistra, radicale nei contenuti ma dinamica e aggressiva dal punto di vista ideologico e programmatico. L’assioma della vittoria per l’opposizione non spiega neppure il trionfo dei socialisti francesi, che dopo l’Eliseo (e dopo aver avviato una riforma che, udite udite, abbassa l’età pensionabile) conquistano anche la maggioranza assoluta dell’Assemblea Nazionale. Non si devono trarre conclusioni automatiche o meccaniche dai risultati elettorali in questi due paesi, così diversi. Tuttavia è difficile non intravedere un’indicazione abbastanza univoca: vince chi si schiera contro il potere della rendita finanziaria, con una proposta che non rinnega l’Europa, ma pretende che sia un’Europa diversa, il cui cuore siano i diritti sociali e uno sviluppo economico equo, del quale i frutti (come i sacrifici) siano distribuiti tra tutti. Domenica, infatti, è successa anche un’altra cosa: il tracollo del Pasok. I socialisti greci, diversamente dai socialisti francesi, sono stati percepiti come protagonisti, o quanto meno esecutori subalterni, di un risanamento dei conti pubblici iniquo socialmente e per di più distruttivo per l’economia. Serve altro, per interpretare il vento che si sta alzando in Europa, per poterne essere espressione politica e per poter dominare, dirigere gli eventi che si annunciano. Una lezione da studiare con attenzione, per le sinistre di tutto il continente.

Ps. Bellissimo il lapsus dei fonici alla conclusione del grande corteo di sabato…

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L’Europa al bivio

L’Europa è al bivio. La crisi del debito ha posto le contraddizioni del Vecchio Continente di fronte alla necessità storica di uno scioglimento. La questione non è di mera logica giuridica, sebbene contenga un quesito di tipo costituzionale: federazione o confederazione? L’alternativa non è di poco conto. Per quanto non esista un modello unico e a volte i nomi (pensiamo alla Svizzera, che si definisce confederazione) siano in parte svianti, tuttavia, semplificando, una confederazione è, in sostanza, un’alleanza rafforzata, in cui ogni Stato mantiene la sua sovranità nazionale di fatto intatta. Il riferimento storico cruciale per comprendere cosa significhino queste due parole è il dibattito costituzionale che fece seguito alla Rivoluzione Americana. Dopo una prima Costituzione Confederale, gli americani scelsero di chiamarsi e di essere una federazione. “Allo scopo di formare una più perfetta Unione” è scritto nel Preambolo della Costituzione Usa. Ora, già da molto tempo l’Europa è molto più di una confederazione. L’Europa produce diritto, leggi, regolamenti e norme, valide automaticamente per tutto il territorio europeo. L’Europa batte moneta e fa dunque (e nell’era del capitalismo finanziario è forse il potere più importante di uno Stato) la politica monetaria. L’Europa è già qualcosa di molto simile agli Stati Uniti d’Europa – ma non ha il coraggio di chiamarsi così. E questa mancanza di coraggio è tutta politica, poiché ragionare in termini di federazione non solo significa ragionare in termini di democrazia compiuta (altro che presidenzialismo in Italia, quando bisognerebbe discutere di elezione diretta dell’Esecutivo dell’Unione Europea, semmai) – ma, soprattutto, poiché significa assumere una logica di condivisione e di solidarietà continentale che cozza con le polverose melodie dei cantori dello stato e della politica minimi, con gli interessi della finanza libera di agire indisturbata senza pagare mai nulla, e infine con la visione miope di alcune strategie nazionali, quella tedesca in primis. Se l’indebitamento greco o spagnolo o italiano è servito (come è servito) anche per incrementare la redditività delle banche tedesche e francesi, e se è servito (come è servito) anche per acquistare le merci tedesche, e se tutto questo è stato reso possibile dalla scelta (di tipo federale) di avere una moneta unica, allora non si può non trarne le dovute conseguenze: i debiti sovrani europei sono un problema di tutta l’Europa. Un problema che si può affrontare solo con una politica di equità sociale e di sviluppo economico su scala continentale, che ridistribuisca tra chi ha accumulato immense ricchezze e chi (i popoli europei) sta pagando i prezzi della crisi. Se tra chi ha accumulato più ricchezze ci siano più o meno persone che parlano tedesco, non ha nessuna importanza. La crisi del processo di unificazione dell’Europa non è interesse dei lavoratori tedeschi, ma semmai di settori della rendita finanziaria globale, che potrebbero trarre benefici speculativi della crisi dell’euro. La logica federale non si può innescare solo quando si tratta di sostenere le banche. L’Europa deve scegliere la direzione da prendere. Se vuole difendere, rafforzare, in molti casi ricostruire, un modello sociale fondato sull’idea della ridistribuzione della ricchezza, la federazione, senza se e senza ma, è la sola via percorribile.

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Sostituire la Fornero

La Repubblica, finora sostenitrice senza macchia del governo, l’aveva ammesso, e ben prima delle incursioni dei pericolosi “guastatori” (come Eugenio Scalfari ha definito quelli nel Pd che vorrebbero metter fine quanto prima all’esperienza del governo tecnico). Quello degli esodati era il primo (?) vero errore del governo Monti, scriveva il quotidiano diretto da Ezio Mauro qualche tempo fa. A parte la discutibile attribuzione di primogenitura, la vicenda degli edosati si presenta davvero come la drammatica sintesi del fallimento del governo Monti, e del frantumarsi delle illusioni che una parte dell’establishment si era fatto su questa formula di “governo dei migliori”. I migliori? Vien da dire: e se erano i peggiori? Non fosse che il pensiero corre al governo Berlusconi. Ma il confronto col governo Berlusconi non può essere indefinita fonte di legittimità per il governo tecnico. La vicenda esodati si riconosce fin dal nome. Battezzata con questa parola che già nelle assonanze evoca sventure (deportati) e sacrifici imposti obtorto collo, senza il consenso di chi li deve fare (l’esodo verbalizzato come se fosse un’azione che si infligge: io ti esodo – che tu lo voglia o meno…), la vicenda non ha solo assunto i tratti dell’iniquità più inaccettabile, ma anche dell’opacità e della mancanza di serietà. La Fornero parla di sostituzioni ai vertici Inps. Direi che dovrebbe guardarsi allo specchio, e andarsene lei a casa.

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Estragone: Siamo contenti. (Silenzio.) E che facciamo, ora che siamo contenti?
Vladimiro: Aspettiamo Godot.
Estragone: Già, è vero.

(S. Beckett, Aspettando Godot)

Si comincia. Fare un blog è un intreccio tra cominciare un viaggio e sistemarsi in una casa, più o meno provvisoria. Ora, più che altro, è l’aria, che tira, che chiama alla parola: aria di crisi, di crocevia cruciali, di speranze e fors’anche di illusioni. Le cose come sono non vanno, ancor più del solito, e insieme vanno, più veloci che mai. Sono anni appassionanti e terribili, quelli che stiamo vivendo. La fine dell’egemonia di una visione del mondo che sembrava senza possibili rivali, quel neo-liberismo che si presentava, per i lunghi decenni trascorsi, con la maschera delle magnifiche sorti e progressive dell’umanità. Anche allora le cose stavano diversamente (bastava fare un giretto in quei tre quarti di mondo in cui anche l’apparenza era disvelante). Ma, da quando hanno cominciato a fallire i templi del capitalismo finanziario, la parola crisi ha fatto irruzione nel senso comune, e il senso comune è entrato in crisi. Da lì vorrei ripartire: provare a scrivere qualche orma di futuro possibile, rivolgendomi umilmente a tutti quelli che pensano che senza un nuovo linguaggio i tanto attesi cambiamenti, della politica e della società, non arriveranno mai.